• the different HOUSE

Contest d'Inverno - L'elefante rosa di Lucilla Scolaro


Gli archetipi di Jung

Matsuzawa Riley gestiva un minuscolo bar in un vicolo dietro la stazione di Shimbashi, frequentato principalmente da impiegati che, stanchi dopo gli eterni straordinari, scivolavano giù dai grattacieli e andavano a bersi quel che restava del giorno appena trascorso, prima che la notte con le sue luci spiritate li inghiottisse e li rigurgitasse in un domani ipertrofico fatto di interminabili convenevoli e fastidiosi colletti bianchi. Una sera, mentre cercava riparo dalla pioggia, Mariko Ozeki era capitata per caso nel bar di Matsuzawa Riley. Si era fatta largo nell’ingresso affollato cercando di sistemare alla meglio i vestiti umidi che le si appiccicavano addosso; poteva distinguere il sudore che le colava sulla schiena mischiarsi all’acqua che le inzuppava i vestiti come due consistenze differenti. Avrebbe voluto strapparsi di dosso tutta quella robaccia sintetica e bagnata e dileguarsi come un’ombra nelle fognature. Invece si ricompose con un lieve moto di stizza che le fece tremare il sopracciglio sinistro. Nell’istante in cui Mariko Ozeki mise piede nel locale, un tale si era alzato e barcollava come ubriaco verso di lei. Lo scansò lievemente disgustata e si guardò intorno.

Adocchiò subito un posto vicino al bancone, ma l’oste la fermò subito.

-Non si sieda lì, per favore-

Matsuzawa Riley era quello che si dice un half, nato in Inghilterra da madre giapponese e padre inglese, aveva trascorso parte della sua vita in Francia, poi era venuto in Giappone per un viaggio studio. Senza conoscere un gran che della lingua materna aveva frequentato un corso per stranieri, si era fatto assumere da un’azienda straniera dove aveva lavorato per qualche anno e poi, dopo aver conosciuto la moglie, aveva deciso di aprirsi un piccolo locale.

Mariko Ozeki era rimasta un po’ perplessa sia dall’occidentale che dai suoi modi. Parlava un ottimo giapponese, eppure i suoi modi non lo erano affatto.

-C’è un posto là in fondo. Si sieda lì per favore.-

Senza dire nulla si era seduta al posto più in fondo, dove il bancone di legno era incrostato del cibo del cliente precedente.

Gli occhi di Mariko Ozeki assunsero l’aspetto di due fessure.

Cercava di capire chi si sarebbe seduto in quel posto. Forse si aspettava un cliente abituale, oppure una bellissima escort amica di qualche malavitoso. Mentre rifletteva sulle possibili apparizioni, un vecchio sdentato seduto accanto a lei spiluccava uno spiedino di pollo yakitori.

-Quello è il posto dell’elefante rosa- le disse il vecchio quasi leggendole nel pensiero la domanda.

-Di quale elefante parla?- chiese Mariko lievemente sorpresa.

-Ma di quello che sta seduto lì, non lo vede?-

Mariko scosse il capo. Aguzzò la vista ma non vedeva proprio nulla, men che meno un elefante.

-Cos’è? Uno scherzo?- chiese, senza aspettarsi una risposta sensata.

Il vecchio scrollò le spalle e tornò a spiluccare la carne dal bastoncino di legno.

Mariko bevve d’un fiato una bevanda gassata, sbocconcellò un onigiri e non ci penso più.

Forse per risolvere quel mistero o perché quel locale le ispirava un’insolita familiarità, dopo quella sera prese ad andarci sempre più spesso, ma ogni volta il posto dell’elefante rosa rimaneva vuoto.

Una sera attese che il locale fosse semivuoto e che il liquore di prugne verdi le desse sufficientemente alla testa per poter iniziare una conversazione.

-Vorrei sapere perché quel posto è sempre vuoto-

Matsuzawa Riley le rispose senza esitazione, come se si aspettasse quella domanda da molto tempo.

-Perché è il posto dell’elefante rosa, naturalmente-

-Sì, ma dov’è questo elefante rosa? Io proprio non lo vedo -

-In inglese c’è un’espressione- esordì lui – per dire che c’è un problema evidente, sotto gli occhi di tutti, che però tutti vogliono ignorare. Si dice che c’è un elefante nella stanza.-

Mariko passò in rassegna le noiosissime lezioni di inglese del liceo, ma non riuscì a cavare dalla sua memoria nulla che le ricordasse quell’espressione.

-Ecco, io da bambino quell’elefante me lo sono sempre immaginato enorme, rosa e senza un posto in cui stare-

-Ma questo cos’ha a che fare col posto vuoto?- chiese Mariko sopresa,

-Tutti abbiamo un problema evidente di cui non vogliamo prendere coscienza, una sorta di elefante rosa che stona con la tappezzeria. E dovremmo avere tutti un posto per far sedere il nostro elefante rosa e metterci a tu per tu con lui per una sera. A tutti serve uno spazio per dialogare con le proprie paure. Il posto vuoto serve a ricordare ai clienti l’esistenza di quello spazio. Di sicuro ha anche lei il suo elefante, ci pensi-

Mariko storse il naso. Non era molto convinta della spiegazione di Matsuzawa Riley, ma si sforzò di focalizzare l’enorme pachiderma. Poi chiese un alcolico.

Dopo un tempo indefinito un uomo sulla quarantina fece il suo ingresso. L’oste accolse il nuovo cliente salutandolo a bassa voce.

-Si sieda pure dove vuole- disse – ma lasci questo posto libero per favore-

L’uomo lanciò un’occhiata in direzione del bancone. Accanto al posto vuoto una donna discuteva animatamente con il vuoto. Sbuffò e scosse il capo, poi senza dire nulla si sedette al posto più in fondo, dove il bancone di legno era incrostato del cibo mangiato dal cliente precedente.


 

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