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Contest di primavera - Il castagno di Benedetta Quaiatto


Gli archetipi di Jung

Era una tiepida giornata di fine aprile quando il maggiore Andreas Egger ritornò a casa.


Lo videro arrivare da lontano, camminava lento sui resti della strada che portava in paese, come

un’ombra allungata alla sera. Erano in pochi al bar in piazza, solo vecchi curvi e rugosi come pini

cembri e bambini smagriti con gli occhi da volpe. Le donne erano al lavoro a seminare, tornate dai campi profughi spersi nell’Impero, avevano trovato solo rovine e filo spinato; da mangiare non era rimasto nulla, nemmeno le radici delle patate. Le si vedeva al mattino vestite di scuro indaffarate come le cornacchie intorno ai solchi lasciati dal cannone.


Fu il vecchio borgomastro, il Bepi, a riconoscerlo. I reduci avevano cominciato da poco a tornare;

spesso da soli, con addosso la polvere di strade mai viste, il freddo delle nevi dei Carpazi e l’odore di fumo delle isbe dove avevano trovato rifugio. Si diceva in chiesa che il Franz ci fosse rimasto lì, nella Russia bianca e lontana, con una moglie dalle guance rosse come i fazzoletti che portavano sopra ai capelli quelle loro contadine.


Era magro Andreas, la pelle grigia come la cenere della stufa e i vestiti un ammasso di divise di

reggimenti e paesi diversi.


I vecchi seduti sugli sgabelli tarlati davanti a lui masticavano lenti le loro pipe vuote e guardavano il sacco unto in spalla, dove prima brillavano le mostrine, e le sue scarpe, degli stracci tenuti insieme da fogli di giornale e spaghi.


Nessuno di loro si alzò, stettero lì silenziosi come i compagni lasciati in trincea.


Solo il Bepi fissò i suoi occhi mezzi ciechi per la cataratta in quei pozzi grigi come il ghiacciaio.

«Un’ombra di rosso per il figlio del vecchio Egger», disse facendo cenno all’oste con le due dita

mozze della mano destra.

Andreas chinò il capo.

«Avrai sete».

«Sì, borgomastro. Grazie, la ripagherò».

Il vecchio negò stringendo le labbra seminascoste dai baffi.

«Torna a casa, maggiore Egger».

Non veniva chiamato con il suo grado dall’ultima battaglia in Galizia. Andreas Egger alzò gli occhi

fucilando i vecchi ruminanti di pipa seduti davanti a lui.

«Vado».


Non chiese di suo padre, che la mamma fosse morta glielo aveva scritto sua sorella durante la

prigionia in Russia. Altro non sapeva.


Saliva lento lungo il torrente, come la nebbia in autunno, in lontananza risuonava il richiamo del

cuculo. Il ponte era distrutto ma lì, sotto al salice, l’acqua non era profonda, ci andavano le trote a

deporre le uova a novembre.


Andreas guardò in alto verso la montagna, negli inverni passati amava ricordare con gli altri

prigionieri le battute di caccia agli urogalli nei boschi natii. Quando il sangue sull’ultima neve era

quello degli animali da mangiare a cena con la polenta.


Il maggiore si fermò. Quella fontana di granito con il lato destro allungato, dove sua madre gli

lavava le camicie, era ancora lì. Sola.


Il suo maso, la sua casa, non c’era più.


Con passo pesante salì la china del prato verde, il tarassaco luceva giallo impavido intorno al filo

spinato arrugginito.


E poi lo vide. Il castagno, un lato nero bruciato, era vivo. Andreas cadde in ginocchio passando le

dita sul tronco rugoso, a tratti sentiva dei buchi, l’artiglieria non aveva risparmiato nessuno.


Finalmente si sedette e appoggiò la schiena al tronco conosciuto. La valle si aprì davanti a lui: l’erba dei prati era di quel verde timido di inizio primavera di cui i cervi sono ghiotti e un vento leggero gli scompigliava i capelli luridi incollati alla testa.


Un trillo lungo e allegro lo riportò al presente. Una cincia paffuta lo osservava con il capo inclinato e, aggrappata al ramo bruciato, cantava.


 

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