• clarissapelosi

Il punto di vista narrativo: la teoria (pt.1)


Che cos’è il punto di vista?

Il punto di vista è la percezione personale del mondo che ci circonda. La percezione è un processo del tutto personale perché non è mediata soltanto dai cinque sensi ma anche da tutti gli elementi interpretativi che abbiamo immagazzinato lungo la nostra vita: l’ambiente dove siamo nati e cresciuti, la nostra cultura di riferimento, i nostri studi, le nostre esperienze, la nostra memoria, il contesto...


L'antieroe, come costruirlo e come strutturarlo

Di fatto, per comprendere ciò che ci circonda dobbiamo riconoscere; ovvero estrarre dei significati da ciò che percepiamo, e quindi vediamo, leggiamo, ascoltiamo, ecc.

La scrittura, tutta la scrittura, e quindi anche un romanzo, è un atto di comunicazione tra l’autore e il lettore: l’autore ha degli intenti argomentativi (inventio) e li esprime attraverso una forma espressiva (dispositio) scegliendo poi la sintassi corretta, i morfemi e i vocaboli più adatti (elocutio), il lettore, di contro, ha delle aspettative che cerca di soddisfare attraverso la decodifica del testo.


Se il messaggio è chiaro l’informazione arriva a destinazione e viene compresa e la sua funzione comunicativa è soddisfatta.

Quando, invece, il messaggio non è chiaro il lettore può scegliere tra:

  1. Decodificare solo attraverso i suoi schemi di riferimento e quindi rischiare di interpretare in maniera errata il messaggio contenuto nel testo.

  2. Rinunciare alla lettura del testo.

In entrambi i casi per l’autore significa una sconfitta: il suo messaggio risulta non adeguato.

Questo è un livello di incomunicabilità grave, perché in questo caso il messaggio rimane in sospeso e fine a sé stesso. Ciò, di fatto, non accade spesso.


Che cosa accade, invece, nella maggior parte dei casi?


Nella maggior parte dei casi il messaggio arriva, ma il più delle volte in maniera parziale e a volte in maniera distorta per una serie di motivazioni oggettive.

Abbiamo detto che per comprendere dobbiamo riconoscere. Ogni processo di riconoscimento consiste nella registrazione di indizi, nel confrontarli con un’ipotesi (frutto delle conoscenze che abbiamo in memoria) e nella successiva verifica di questa ipotesi.


Tuttavia, quando percepiamo qualcosa che non è del tutto chiaro facciamo un’operazione di attribuzione di significato, tendiamo a completare lo stimolo in base alle nostre esperienze passate e a dargli un significato sulla base di queste.

Ad esempio, se facciamo riferimento a uno stimolo concreto, mettiamo il caso una pagina di un libro con un angolo strappato dove non si legge la fine delle prime righe, questa mancanza non ci metterà particolarmente in difficoltà perché completeremo le parole e i nomi storpiati sulla base della pagine già lette, dando loro un senso plausibile senza per questo interpretare in maniera sbagliata il messaggio.


Proposta di lettura: Seymour Chatman

L’attribuzione di significato è un processo che avviene in maniera naturale, è come se la nostra mente fosse obbligata a dare un senso alla realtà che ci circonda, in modo da salvaguardare il senso di realtà e di conoscenza, senza subire il senso di straniazione e forse di angoscia che proveremmo di fronte a qualcosa di sconosciuto e di incomprensibile. A volte, per la nostra mente, è meglio dare una spiegazione sbagliata piuttosto che non darne nessuna. Ci comportiamo allo stesso modo anche con i concetti più astratti.


Quindi, cosa possiamo fare affinché il nostro messaggio sia il più efficace possibile?



Le mappe cognitive

Le mappe sono dei disegni arbitrari e semplificati che ci mettono nella condizione di percorrere in lungo e in largo un luogo senza smarrirci. Le mappe sono disegnate grazie a una serie di simboli condivisi che ci permettono di leggerle in maniera oggettiva prendendo le informazioni che ci servono per orientarci. Queste caratteristiche le rendono degli strumenti molto efficaci quando dobbiamo recarci in un luogo che non conosciamo.


Che cosa succede, invece, quando, per orientarci, chiediamo delle informazioni? Immaginiamo di essere in un quartiere che non conosciamo e di chiedere a tre persone diverse di indicarci l’Ufficio Postale più vicino: una mamma con un passeggino e un bambino per mano, un automobilista fermo al semaforo, un signore anziano seduto su una panchina.

I tre, dandoci ognuno delle indicazioni corrette ed efficaci, potrebbero però, fornirci dei punti di riferimento totalmente diversi: la mamma potrebbe darci come punto di riferimento la Scuola Materna e dirci che per arrivare prima si potrebbe attraversare il parco, l’automobilista potrebbe informarci che lungo il tragitto ci sono due semafori e che lì davanti non si trova mai parcheggio, il signore anziano, invece, forse ci dirà che accanto vi è una fermata dell’autobus e che i primi giorni del mese è sempre pieno di gente.


Di conseguenza, ognuno di loro ci ha offerto dei punti di riferimento diversi, che diventano dei punti di vista diversi e quindi delle narrazioni diverse.

Noi faremmo lo stesso. Ognuno di noi seleziona, dalla realtà, solo ciò che gli serve; in generale, siamo dei pessimi osservatori, perché non siamo oggettivi, siamo degli osservatori che passano attraverso le proprie conoscenze, i propri bisogni, le necessità del momento e le proprie emozioni. E poi spesso agiamo in base a una coscienza piuttosto superficiale, soprattutto quando siamo in un territorio molto conosciuto.


Prestiamo attenzione solo a ciò su cui dobbiamo operare dei controlli, per il resto il mondo ci appare tutto inserito su uno sfondo al quale non diamo un particolare significato. Quante volte ci è capitato di dire: questo edificio/albero/chiosco/lampione non l’avevo mai notato, pur facendo con una certa regolarità lo stesso tragitto? A volte, addirittura, non percepiamo qualcosa pur se l’abbiamo di fronte a noi. Perché? Perché, di fatto, non è mai entrato nella nostra esperienza.


Tutto questo significa che quando il narratore cambia, anche la narrazione è diversa.

Ecco perché, per scrivere in maniera efficace e coinvolgente, è così importante scrivere facendo in modo che il narratore si esprima in maniera concreta e tangibile, con sufficienti dettagli tanto da offrire al lettore degli appigli per costruirsi uno schema di riferimento adeguato e che interpreti in maniera più corretta possibile l’intento dell’autore.


Scopri il nostro editing

Il punto di vista nella narrazione

Nel racconto, la posizione nella quale si pone il narratore determina la quantità e la qualità delle informazioni che il lettore può avere a disposizione.

Chi racconta filtra o illumina porzioni o aspetti dell’ambiente, dei personaggi, del contesto attraverso il suo sguardo. Chi racconta è chiamato focale, è attraverso di lui o lei che il narratore può indirizzare e guidare l’attenzione del lettore.


Quano l’autore parla attraverso un personaggio deve cedergli la scelta dello sguardo, delle parole, in sostanza del punto di vista. L’autore deve scomparire, o meglio, fondersi con il personaggio e utilizzare le sue parole, vedere con i suoi occhi, rendere, agli occhi del lettore, la realtà vista dal suo quadro di riferimento percettivo.

Può bastare una descrizione, uno sguardo poggiato su un oggetto, una parola o una frase per farci porre dal punto di vista del personaggio, per farci comprendere che solo lui o lei potrebbero vedere quell’oggetto in quella prospettiva, sentire quell’emozione, dire quelle parole.


Bisogna avere queste accortezze, innanzitutto, costruendo i dialoghi, assegnando il giusto linguaggio e tono al nostro personaggio:

  • Come parla?

  • Ha un linguaggio corretto o pieno di errori grammaticali?

  • È colto?

  • Parla in un’altra lingua?

  • Un dialetto?

  • Costruisce frasi lunghe e complesse o brevi?

  • È logorroico?

  • Ha un tono risoluto? Timoroso?

Un’accortezza importante: così come accade nella vita reale, anche nei romanzi a volte il significato lessicale può essere diverso dal significato contestuale e sarà cura dell’autore far comprendere quando sussistono questo tipo di incoerenze apparenti.

La stessa cura va dedicata anche alle descrizioni: quando in una scena l’autore attribuisce a un personaggio il punto di vista deve fare attenzione a ogni elemento visuo spaziale, deve indossare gli occhiali del suo personaggio e descrivere l’ambiente come se a guardare la scena fosse lui.

Per avere degli spunti per la nostra descrizione possiamo farci delle domande, attraverso l’analisi dei cinque sensi:


Vista

  • Che cosa vede da quella prospettiva?

  • Che cosa non vede?

  • Conosce ciò che lo circonda?

  • È curioso?

  • Si sofferma su qualche particolare?

  • Sta cercando qualcosa?

  • Chi vede?

  • Da quale angolazione?

  • Vede bene gli altri partecipanti alla scena?

  • C’è qualcosa che attira in particolare la sua attenzione?

Udito

  • Ci sono dei rumori?

  • Della musica?

  • Del frastuono?

  • Interno all’ambiente o esterno?

  • In che tono devono parlare per capirsi?

  • Suoni chiari o indistinti?

Tatto (e postura)

  • È seduto o in piedi?

  • È fermo o si muove?

  • Come si muove?

  • Quali parti del corpo si muovono?

  • Ha un tic?

  • Ci sono altre persone con lui?

  • Sono vicini a lui o lontani?

  • Che sensazioni prova al contatto con gli altri?

  • Ha in mano qualcosa?

Olfatto

  • Sente degli odori?

  • Da dove provengono?

  • Sono gradevoli o sgradevoli?

  • Gli evocano qualche ricordo?

Gusto

  • Sta mangiando qualcosa?

  • Gli piace o non gli piace?

  • Lo sta gustando o mangia perché ha fame senza gustare?

Ovviamente le scelte nella descrizione di queste sensazioni devono essere coerenti con il profilo del personaggio che avete scelto di raccontare. Se non sono coerenti potrebbe anche essere interessante, ma ci deve essere un valido motivo perché questo accada! L’esperienza, infatti, ci permette di crearci anche delle aspettative rispetto a quello che accadrà. Questo non significa che non ci debbano essere dei cambi di prospettiva o delle sorprese, significa solo che devono essere preparate in modo adeguato.


Il lettore, attraverso il punto di vista del personaggio, viene a conoscenza solo di una certa quantità di informazioni ma saranno specifiche e filtrate proprio da quel determinato personaggio e l’immedesimazione sarà assicurata.


Il narratore di una storia

Abbiamo finora detto, in maniera piuttosto generica, che il punto di vista appartiene al personaggio che sta narrando la scena. Di fatto, non sempre il narratore è uno dei personaggi della storia, può essere interno o esterno e quindi avere una prospettiva uguale o diversa rispetto i personaggi della storia stessa. Le modalità di relazione informativa tra personaggio e narratore possono essere di tre tipi:

  • Il narratore conosce più informazioni dei personaggi.

È detto anche narratore onnisciente. È il narratore che conosce tutta la storia e la racconta da ogni punto di vista. È il narratore che vede sia dentro le case che dentro le menti, legge nel pensiero e descrive emozioni e azioni, passate e future.

  • Il narratore ha le stesse informazioni dei personaggi.

Focalizzazione interna. Sono i personaggi che raccontano la storia in base al loro punto di vista. Il racconto può essere raccontato da un solo personaggio o da più di uno in una focalizzazione multipla, ovvero la stessa situazione può essere vissuta e raccontata dai diversi personaggi. Oppure ognuno di loro ne racconta il proprio spicchio di vissuto.

  • Il narratore conosce meno informazioni dei personaggi.

Focalizzazione esterna. Il narratore conosce meno cose dei personaggi, e ne osserva le azioni e le reazioni rimanendone all’esterno. Il racconto, in questo caso, è particolarmente oggettivo e descrittivo. È una modalità tipica di una narrazione che intende mantenere del mistero, come ad esempio nei romanzi polizieschi.


In ogni caso il lettore fa un patto con l’autore e quindi con il narratore della storia, che è la sospensione dell’incredulità ovvero l’accettazione di entrare in un mondo unico che scoprirà leggendo il romanzo. Questo patto, però, non esclude i meccanismi psicologici di cui abbiamo parlato e che sono lì, pronti a mettere in discussione una situazione incoerente o poco credibile.


Coerenza è la parola chiave.



Bibliografia:

Sergio Roncato, Lezioni di Psicologia Generale, Cooperativa Alfasessanta, 1989

Andrea Bernardelli, Che cos’è la narrazione, Carocci editore, 2019

James Wood, Come funzionano i romanzi, Minimum Fax, 2021

 

Questo articolo è stato scritto da Michele Pelosi e Lucia Zago, editor di the different House. Ricordati che puoi sempre contattare the different House quando hai un piccolo dubbio stilistico e ti occorre un suggerimento. Ti aiuteremo gratis.


Non perderti nulla e se ti è piaciuto seguici su Facebook, Instagram o Tik Tok e visita la nostra pagina web

86 visualizzazioni

Post recenti

Mostra tutti