Il punto di vista narrativo: la pratica (pt.2)


Benvenuti nella seconda parte dell’articolo dedicato al punto di vista. La precedente guida si è concentrata sulla teoria, mentre adesso il focus si sposta sul lato più pratico, apportando molti esempi per far comprendere potenzialità e differenze tra gli approcci.


Il punto di vista: la pratica, parte 2

Iniziamo con un breve riepilogo della prima parte: Lucia ha spiegato che cos’è il punto di vista approfondendo con cura come le percezioni personali sono influenzate dai riferimenti differenti che ognuno possiede. Ha anche illustrato perché la scrittura è sempre condizionata dalle proprie mappe cognitive e ha fornito un utile elenco di domande che il narratore si deve porre per descrivere al meglio la scena dal punto di vista del personaggio.


La scelta del punto di vista determina la posizione che assume il narratore rispetto al lettore. La decisione di quale prospettiva scegliere influenza la scrittura del romanzo e, di conseguenza, il rapporto che lo scrittore desidera stabilire con il lettore. La nostra esperienza di editor ci ha aiutato a comprendere che per molti autori alle prime armi la scelta del punto di vista è una questione estetica. Purtroppo questa valutazione è errata.

Ogni punto di vista offre vantaggi e svantaggi, motivo per il quale la scelta deve essere consapevole e finalizzata alle percezioni che l’autore desidera trasmettere a chi leggerà la sua opera.


Proposta di lettura: Gianni Rodari

Dopo che avrete disegnato il protagonista, il passato, i bisogni, i conflitti; dopo che la trama vi sarà chiara e con essa anche la scaletta; dopo che le ricerche saranno terminate; ecco, quando tutto sarà pronto e sarete nel momento che precede l’inizio della scrittura, fermatevi ancora un attimo a riflettere se il punto di vista che avete scelto è quello giusto, quello che darà potenza alla vostra storia.


Ma come farlo?

Il primo consiglio è di immaginare una scena del romanzo e di scriverne qualche cartella utilizzando due punti di vista differenti. Invece, lasciate perdere i generalismi e chi afferma che ogni genere ha un suo punto di vista preferito. Ad esempio, abbiamo letto nel mare magnum della rete che il genere poliziesco e le sue ramificazioni (noir, thriller, hard boiled…) prediligono la terza persona. Eppure:

“Rimanevo io. Avevo tenuto nascosto un omicidio e occultato delle prove per ventiquattr’ore, ma ero ancora libero e in attesa di un assegno da cinquecento dollari. La cosa più furba sarebbe stata farmi un altro drink e scordarmi di tutto quel casino. Bene. Essendo notoriamente furbissimo, ho chiamato Eddie per dirgli che quella sera sarei andato a Las Olindas per parlare con lui. Una volpe, eh?” Raymond Chandler – Il grande sonno – Adelphi Edizioni – Traduzione Gianni Pannofino


Questo capolavoro è scritto in prima persona. Il famoso detective Philip Marlowe sembra parlare al lettore come si farebbe con un amico stando seduti al bancone di un bar. Siamo nel 1939 e Chandler crea il noir, con atmosfere notturne, piovose, contraddittorie. Ma soprattutto disegna un protagonista atipico per l’epoca, un detective che diverrà un riferimento per tanti altri a venire. Chandler è obbligato a scegliere la prima persona: è la tecnica migliore per trasmettere i pensieri di un personaggio tanto particolare. In ogni battuta emerge il cinismo, l’autoironia, e quel complesso di riflessioni interiori che rende speciale Marlowe. E il lettore lo sento suo, nitidamente, e non è interessato al resto perché in quel momento usa le lenti del detective. Questa è la prima chiave di scelta: volete che il lettore osservi il romanzo dalla prospettiva del protagonista?


Non vorrei che qualcuno iniziasse a pensare “Allora per il genere giallo è la prima persona la scelta più adatta”. No, non è detto. Non esiste una regola. Utilizzare la prima persona impedisce allo scrittore di compiere passaggi del genere:


“Che vitaccia. È il primo pensiero di Frank Machianno quando la sveglia trilla alle 3.45 del mattino. Frank scivola fuori dal letto e poggia i piedi nudi sul gelido parquet. E ha ragione. La sua è proprio una vitaccia.”

Don Winslow – L’inverno di Frankie Machine – Einaudi Traduzione Giuseppe Costigliola – Pag 3


“Dave Hensen scende sulla spiaggia. La sabbia umida sembra un lucido marmo scuro, la pioggia gelida gli picchia sul viso. Con duemila miglia di costa, riflette, quel cadavere non va a finire proprio sul territorio di pertinenza dei federali?”

Don Winslow – L’inverno di Frankie Machine – Einaudi Traduzione Giuseppe Costigliola – Pag 92


Altro capolavoro del genere. In questo caso, Don Wislow non vuole offrire al lettore solo il punto di vista di Frankie, un signore di sessant’anni, padre devoto, lavoratore instancabile e killer spietato della mafia; Don Wislow vuole che il lettore abbia anche altre viste per comprendere appieno la realtà che racconta, e la prima persona sarebbe un grande limite.


Dicevamo, la prima persona è da preferire se si desidera che il lettore sviluppi una forte empatia con il protagonista e osservi il mondo attraverso le sue lenti, il suo carattere, i suoi pregiudizi. Leggete il prossimo brano:


“Quando sono in compagnia di una donna giovane, bella e grassa, mi trovo in uno stato confusionale. Per quale motivo non lo so neach’io. O forse è perché ogni volta mi viene naturale figurarmi le sue abitudini alimentari. Guardandola, automaticamente me la immagino mentre mastica le foglie d’insalata messe a guarnire il piatto o raccoglie col pane la salsa alla panna, fino all’ultima goccia. Non posso impedirmelo.”