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La crisi, il climax e la risoluzione

Che cosa fa sì che una storia sia una buona storia? Una storia è una buona storia se vale la pena narrarla e se il lettore la vuole leggere o il mondo la vuole ascoltare. Ma affinché questo avvenga, una buona storia deve avere dei personaggi interessanti e deve essere ben raccontata, il che significa, da parte dello scrittore, non solo avere tra le mani un buon contenuto ma padroneggiare anche i principi di composizione di una storia.

La crisi, il climax e la risoluzione

In questo articolo, facendo ancora una volta riferimento al modello sottostante, dopo i primi due articoli dedicati all’incidente scatenante e alle complicazioni progressive, ci occuperemo degli ultimi tre punti, che saranno trattati insieme perché spesso in una narrazione sono strettamente legati e, a volte, si sovrappongono: la crisi, il climax e la risoluzione.

1. L’incidente scatenante

2. Le complicazioni progressive

3. La crisi

4. Il climax

5. La risoluzione


La crisi


Riassumendo, nei due capitoli precedenti abbiamo prima catapultato il nostro protagonista in una storia a seguito dell’incidente scatenante, e l’abbiamo poi lasciato affrontare tutte le prove che lo separano dal raggiungimento del suo obiettivo o alla risoluzione del problema nel quale è stato coinvolto. Il nostro protagonista si trova, dunque, implicato in una serie di complicazioni più o meno difficili da affrontare che lo porteranno, a seguito delle diverse decisioni prese nel corso della trama, in un punto ben preciso: alla crisi, ovvero alla decisione definitiva.


“In cinese l’ideogramma che identifica la crisi è costituito da due termini: pericolo/opportunità: pericolo nel senso che la decisione sbagliata in quel preciso momento ci farà perdere per sempre ciò che desideriamo; opportunità nel senso che la scelta azzeccata ci farà soddisfare il nostro desiderio”(Robert McKee, Story, pag. 284).


Di norma, il momento di crisi, quindi, coincide con l’ultima decisione da prendere: la più importante, quella definitiva, quella dove ci si gioca tutto. È il punto più alto della storia da un punto di vista della tensione, in cui il protagonista affronta finalmente il drago: reale o metaforico che sia.


È anche il momento in cui il coinvolgimento del lettore (o dello spettatore se si tratta di un film) è al massimo livello: la crisi avviene quando il protagonista si trova ad affrontare il suo dilemma, che lo scoprirà completamente, che lo mostrerà in maniera definitiva per come è realmente. Ci sono in gioco i suoi valori più profondi. È anche il momento in cui l’autore svela, se nel corso della narrazione si fossero creati dei dubbi, i valori centrali della storia che sta narrando.


“Il dilemma va affrontato dal protagonista quando si trova faccia a faccia con le forze antagoniste più concentrate e potenti della sua vita e deve prendere la decisione di agire in un certo modo, compiendo l’ultimo sforzo per conseguire il suo oggetto di desiderio” (cit. pag. 284)


Normalmente la crisi, che potremmo anche chiamare decisione critica, si compie verso la fine della narrazione, perché, se avvenisse troppo presto, a ridosso dell’incidente scatenante, ad esempio, provocherebbe una serie di reazioni che non potrebbero che essere ripetitive, in quanto la decisione più importante è già stata presa e la trama dovrebbe gestire uno sviluppo senza possibilità di variazioni.


Leggi anche: L'incidente scatenante


La crisi è un elemento fondamentale della narrazione, che il lettore aspetta fin dalle prime pagine: ha accompagnato il protagonista attraverso tutte le vicende che ha affrontato e ad un certo punto si trova lì, insieme a lui, a sperare, a preoccuparsi, a tifare, a suggerirgli una decisione:


“La tensione aumenta sempre di più e quando il protagonista sceglie di agire tutta l’energia compressa esplode nel climax.” (cit. pag. 288)


È nella decisione definitiva che il protagonista dimostra la trasformazione avvenuta, la maturazione derivata dall’affrontare le difficoltà e gli ostacoli incontrati. Il protagonista, a questo punto, non è più ciò che era all’inizio della storia, ed è questo il momento in cui mette in pratica la sua nuova consapevolezza interiore che gli permette di prendere la decisione più importante e di mettere in atto le azioni che risolveranno finalmente il conflitto.


Il climax


Il climax (dal greco κλῖμαξ, «scala») indica un processo in crescendo. Meno propriamente e per influsso della lingua inglese, il termine via via ha assunto un significato diverso, ovvero il culmine, l'acme del processo stesso.


Se la crisi è una decisione, il climax è un’azione, determinata dalla decisione definitiva. Nella narrazione diventa quindi il punto culminante della storia, l’azione, l’evento che porta spesso a un ribaltamento finale e alla conclusione della storia stessa. È e deve essere pieno di significato.


“Il significato: una rivoluzione in termini di valori da positivo a negativo o da negativo a positivo con o senza ironia, un cambiamento di valore al massimo della carica e che risulta essere assoluto e non reversibile. È il significato di quel cambiamento che tocca il cuore del pubblico.” (cit. pag. 289)


Il climax spesso sovverte l’esplicito e porta il lettore a fare un salto immaginativo, gli mette di fronte una eventualità nuova, una soluzione inaspettata, sorprendente, ma che risulta infine inevitabile, e che può in alcuni casi provocare la reazione: “come ho fatto a non pensarci?”

In quanto azione il climax va mostrato e non raccontato. È una scena alla quale il lettore si aspetta di partecipare, dall’inizio, da quando ha iniziato ad accompagnare il protagonista in ogni sua decisione progressiva, fino a questo momento.


In alcuni casi è possibile, una volta deciso il climax e alla luce di questo, lavorare a ritroso e risalire, scena dopo scena, fino all’inizio della propria storia e valutare se quanto scritto, ogni immagine, beat, azione o battuta di dialogo riguardano e preparano a questo finale. Cosa significa, in pratica? Significa che ogni scena, movimento, dialogo, devono seminare indizi ed elementi che convergeranno tutti verso il climax finale e che tutto ciò che non avrà impatti dovrà essere eliminato.


Se fosse possibile sarebbe di grande impatto far culminare nel climax finale anche le sottotrame aperte nel corso della narrazione. Se invece un’unica azione risolutiva non fosse possibile è buona norma chiudere prima le sottotrame meno importanti e procedere via via fino a giungere al climax della trama principale.


A questo punto potrebbe sorgere un dubbio sul contenuto del climax: meglio una conclusione a finale rosa o a finale negativo? Erroneamente, a volte, si pensa che il pubblico prediliga l’uno o l’altro mentre in realtà il punto di fondamentale importanza non è la tipologia di finale, ma restituire al lettore un finale che sia coerente con l’evoluzione della storia con “l’emozione che è stata promessa… ma attraverso una rivelazione inaspettata” (cit. pag. 291).


Inoltre, molti finali mostrano in realtà che la fine di una storia coincide con un nuovo inizio, verso un’esistenza piena di nuove sfide per gestire le quali adesso, il protagonista è meglio equipaggiato e non avrà difficoltà o avrà meno difficoltà nel gestirle.


Funziona una narrazione senza il climax? Può capitare che una storia non arrivi a emozionare il lettore. Perché? Sia che stiate scrivendo un giallo, un fantasy, un romanzo rosa o un romanzo mainstream, seppur in maniera differente, il lettore al quale vi state rivolgendo vuole emozionarsi. Per farlo dovrà giungere a vivere a fianco del protagonista la sua storia, parteggiare o essere in conflitto con lui, in ogni caso essere all’interno delle esperienze fino all’esasperazione, fino ad agognare un momento culminante, un’azione risolutiva, per poi poter tornare a uno stato di nuova calma. Ecco, per fare in modo che il lettore giunga a questo coinvolgimento la fabula e l’intreccio dovranno essere congegnati in modo da fungere da scala delle emozioni attraverso una progressione lenta ma inesorabile. Dobbiamo comunque dire che esistono anche ottime storie che non contengono un vero e proprio climax e che sta alla bravura dello scrittore saper comunque raccontarla.


Il climax e i diversi tipi di conflitto. Il climax può comportare un conflitto esteriore o interiore. Climax tipici sono quelli dove il protagonista ha un nemico che affronta, finalmente, dopo tante vicende, nello scontro finale. Ma esistono climax di altrettanto effetto (e in alcuni casi migliori), che riguardano un conflitto interiore: come quando il protagonista affronta le sue paure, il suo passato, i suoi nemici invisibili e viene posto di fronte a una scelta con una posta in gioco dalle conseguenze per lui importanti come un conflitto morale. Sono trame altrettanto coinvolgenti perché vengono messi in discussione i suoi valori.


Leggi anche: Le complicazioni progressive e i conflitti

La risoluzione


Gli elementi fin qui analizzati portano alla fine, alla risoluzione di un conflitto e fanno terminare un’esperienza difficile o dolorosa, spesso la crisi finale e il climax rappresentano l’inizio di qualcosa di nuovo. Questa risoluzione di solito stimola curiosità e richiede di mostrare, o almeno di far intravedere come sarà il nuovo modo di affrontare la vita.


Inoltre, a volte, risolto il climax potrebbe rimanere del materiale oppure potrebbero essere rimaste in sospeso delle situazioni. In base a questa eventualità potrebbero sussistere, secondo McKee, tre possibilità:

1. Una sottotrama che non si è chiusa. È una situazione piuttosto pericolosa, perché se il climax porta il lettore a vivere le più alte emozioni suscitate dalla storia, dovendo fare i conti con una trama minore, potrebbe perdere interesse e trovare il momento superfluo e fuori contesto, quindi va evitato o gestito bene.

2. Un finale corale. È forse la risoluzione più utilizzata, e consiste nel progettare un momento collettivo nel quale si ritrovano tutti i personaggi conosciuti nel corso della storia e che sono stati più o meno coinvolti negli avvenimenti e che convergono in un unico evento sociale (un matrimonio, una cena, una festa di compleanno, ecc.).

3. Una terza tipologia di risoluzione è tipica dei film ad alto contenuto emotivo nel finale: si tratta di un concedere qualche attimo allo spettatore, che gli permette di “riprendere fiato, di rimettere ordine ai propri pensieri e lasciare con dignità la sala cinematografica” (cit. pag. 293).



Concludendo


Siamo giunti al termine di questo breve ciclo di articoli nei quali abbiamo parlato degli elementi essenziali che caratterizzano una buona storia. Sono degli spunti che spero vi possano stimolare ad analizzare i vostri scritti con un punto di vista diverso o che vi possono dare la possibilità di leggere con una diversa consapevolezza i prossimi romanzi.


Se vuoi approfondire ti consiglio la lettura di Story, contenuti, struttura, stile, principi per la sceneggiatura e per l’arte di scrivere storie, un testo del 1997 scritto da Robert McKee, Omero Edizioni. Robert McKee insegna Struttura delle Storie dal 1983 e porta i suoi corsi in tutto il mondo, ai quali partecipano registi, attori, scrittori e produttori. È anche uno stimato sceneggiatore.

Questo articolo è stato scritto da Michele Pelosi e Lucia Zago, editor di the different House. Ricordati che puoi sempre contattare the different House quando hai un piccolo dubbio stilistico e ti occorre un suggerimento. Ti aiuteremo gratis.


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